Falier lampadario in vetro Murano

976,002.318,00

Il semi-rezzonico, lo stile con le bossole e i riccioli impreziositi dai pendagli, fanno di questo lampadario un pezzo unico che illumina di luce dorata le vostre case.

Il classico Muranese impreziosito dall’oro a 24k che ne esalta i contorni rendendolo intramontabile. Dettagli e particolari per un oggetto che renderà la vostra casa speciale.

Descrizione

Lampadario lavorato a mano da maestri muranesi, che riscopre la storia delle tradizioni veneziane dell’arte del vetro con la precisione e l’attenzione al dettaglio che ci contraddistingue.

 

Ogni fase della lavorazione è artigianale e il lampadario ordinato verrà eseguito espressamente per la Vostra casa.

Provvisto di Certificato di Garanzia e autenticità Belvetro Murano.

 

Ogni lampadario è spedito con pezzi di ricambio inclusi e istruzioni di montaggio per un assemblaggio semplice e veloce.

La consegna avviene in 20-30 giorni con corriere espresso assicurato al 100%.

Desideri avere maggiori informazioni? Non esitare a contattarci, saremo felici di aiutarti nella scelta del tuo lampadario di Murano, un valore che dura nel tempo.

 

Il Doge Marin Falier

Quanto a damnatio memoriae i Veneziani del 1300 non erano certo secondi agli antichi Romani. Dopo aver eseguito la condanna a morte del Doge Marin Falier, il Consiglio dei Dieci ordina che la campana suonata per annunciare alla cittadinanza che giustizia è stata fatta, venga privata del batacchio e mai più usata. Insomma, nemmeno un din-don-dan doveva ricordare quel traditore di Falier.

Marin Falier non ha più un volto, ma in compenso diventerà uno dei dogi più conosciuti della Repubblica di Venezia, nonostante l’accanimento del Consiglio dei Dieci. Perché le vicende del doge traditore hanno attraversato i secoli e ispirato vari artisti dell’800: il romantico Lord Byron gli dedica una tragedia, Gaetano Doninzetti un’opera lirica (ambedue pro-Falier), mentre qualche pittore rappresenta la sua decapitazione.

Cosa aveva fatto di così grave Marin Falier – unico doge nella storia della Repubblica di Venezia ad essere giustiziato – da meritarsi la condanna a morte e la damnatio memoriae?

Nel 1355 ordisce una congiura (o comunque partecipa) per abbattere la Repubblica e diventare “signore” di Venezia. Quello che ancora fa discutere, dopo tanti secoli, è la motivazione: cosa può aver spinto il doge in carica, personaggio dal grande prestigio personale e familiare, ricchissimo e avanti con gli anni, a mettersi in mezzo a una faccenda del genere? Motivi personali apparentemente, frasi ingiuriose rivolte da alcuni ragazzi della nobiltà alla Dogaressa, la bellissima e giovane Alcuina Gradenigo.

Durante un ballo a Palazzo Ducale alcuni rampolli aristocratici si comportano male e vengono allontanati. I ragazzi non digeriscono la cosa e così, giusto per divertirsi un po’, scrivono qualche apprezzamento sulla moglie del Doge. Ragazzate, per le quali gli autori vengono condannati a pene leggerissime. Il capo del gruppetto, Michele Steno (futuro doge) se la cava con dieci giorni di carcere (un mese secondo alcune fonti), e forse qualche frustata.

Vale così poco l’onore del Doge? Lui pensa proprio di no, e così ordisce quella congiura che avrebbe dovuto farlo diventare “Signor a bacchetta”, il padrone della città, con il non indifferente vantaggio di assicurare alla sua famiglia il dominio su Venezia.

Questo è un movente assai più plausibile: il potere per sé e per i propri discendenti, nella fattispecie il nipote Fantino.

Il contesto storico di quegli anni giustifica quest’ultima ipotesi. Nel resto d’Italia molti Comuni diventano Signorie, mentre la Repubblica di Venezia da anni patisce il conflitto con la rivale Genova. Le sconfitte subite durante la guerra provocano instabilità economica e affossano il commercio, principale risorsa della città. Ecco allora che Falier cavalca l’onda del malcontento popolare, in particolare quello della borghesia benestante, e ordisce una congiura che prevede di sbarazzarsi dell’incapace aristocrazia veneziana. Sbarazzarsi nel senso più cruento del termine: nella notte del 15 aprile i congiurati avrebbero ucciso tutti i membri dell’aristocrazia attirati in Piazza San Marco dal rintocco della campana, fatta suonare dallo stesso Doge con la falsa notizia di un attacco da parte dei genovesi.

I nobili rimasti nelle loro case sarebbero stati scovati e uccisi subito dopo.

 

Informazioni aggiuntive

Peso N/A
Dimensioni N/A
Numero Luci

10, 12, 5, 6, 8

Stile

Classico

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